Il muro
Mi sembra che nei festeggiamenti di Berlino per il ventennale della caduta del muro, a prevalere siano state la retorica, una buona dose di ipocrisia e un fenomeno di rimozione collettiva, quella rimozione che ci fa dimenticare che il mondo dopo di allora non è affatto migliorato e le speranze che avevano innescato la legittima gioia esplosa nell’animo dei sinceri democratici il 9 novembre del 1989 sono state in grandissima parte disattese, mentre nuove pesanti oscurità si sono presentate da allora sullo scenario del pianeta.
A oriente del muro sino al cuore dell’ex impero sovietico cresce oggi inaspettatamente la nostalgia per il passato, un passato pessimo, il che la dice davvero lunga sul clamoroso fallimento della catarsi capitalista affidata a quel tempo alla torbida guida di Boris Eltsin. Nel mondo, dopo la caduta del muro, si è aperta la strada a diversi olocausti, a partire dall’embargo e dalle successive punizioni inflitte al popolo irakeno in attuazione della strategia della “violenza” preventiva, che ha portato stragi paragonabili a ciò che di più oscuro ci ha tramandato la storia del secolo scorso (non è lecito che i media continuino a tacere sull’avvenuta cancellazione di un’intera generazione infantile in Iraq negli anni dell’embargo). Se è vero, poi, che la libertà dal bisogno è il punto da cui solo può maturare la libertà in senso lato, allora è necessario riconoscere che il mondo, dalla caduta del muro, non ha compiuto un solo passo avanti in questa direzione. È, al contrario, solo di alcuni giorni addietro la polemica apertasi intorno alle affermazioni degli esperti Onu secondo cui il mondo ha sfondato proprio quest’anno (ventennale della caduta del muro) la “lusinghiera” soglia di un miliardo di persone massacrate dalla povertà e dalla fame. Lo sfruttamento dissennato delle risorse del pianeta, oltre ad aver provocato un’ accelerazione ignobile della forbice tra ricchezza e povertà ci ha incanalato lungo una via prossima al segnale rosso, al punto, cioè, di non ritorno per quanto riguarda le condizioni della vita sul pianeta. Non c’è dunque gran che di cui ballare, suonare o in altri modi festeggiare in questo ventennale.
Scrive Michele Serra su La Repubblica del 10 novembre: “di muri da abbattere non ne mancano. Spesso sono invisibili ”. Ma i muri da abbattere che non mancano, quelli invisibili, sono quelli decisivi, quelli che resistono, quelli che nascondiamo accuratamente nei fondali della nostra incapacità strutturale a capire la fatica, il dolore, la disperazione, il diritto degli altri, di tutti gli altri, a vivere dignitosamente. Quelli della nostra insormontabile difficoltà di riavvicinare le attività educative e formative alle discipline fondamentali che rendono possibile una civile convivenza , che sono la solidarietà, l’accoglienza, la conoscenza delle profondità in cui covano le malattie del comportamento umano; quelle discipline, insomma, che aprono nel nocciolo duro di una “cultura dell’individuo” una breccia verso una interrelazione naturale con la cultura del pubblico, del collettivo e dell’universale. Questo terreno, di una rielaborazione radicale delle categorie del vivere, è disseminato di muri che non sappiamo o non vogliamo vedere!
Giovanna Sberna
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