"I vuoti dell’anima" di Giuseppe Sammartino

Ho ricevuto e letto il saggio di G. Sammartino, dal titolo emblematico “I vuoti dell’anima”, e considero nobile l’impresa di volersi cimentare con le sconfinatezze dell’intimo, dell’invisibile, del soprannaturale. E’ un bisogno, più che una sfida, quella di aprirsi alle velleità della ragione che mira a intendere l’impossibile, a decifrare i sillogismi della fede e dell’occulto. Sammartino è un credente: non sente la necessità di speculare sulla validità del suo credere, né sulle incongruenze del vivere, né tantomeno sui misteri e sugli errori di ogni giorno e di ogni uomo. Egli ha una visione finalistica del tutto, perciò evolutiva e significativa agli occhi di chi osserva senza pregiudizi e senza intoppi. La sua chiarità spirituale e dottrinale annulla quei coni d’ombra che si frappongono tra l’assenza di una fede e l’essenza di un credo, qualunque esso sia. Nella sua mente di cristiano, illuminata dalla “Grazia” e colma dell’amore di Dio, non c’è spazio né per il buio che la circonda, né per il nulla che la circoscrive. E se l’Autore prova a interrogarsi, a mettersi in discussione, a cavillare su alcuni problemi etici e filosofici, lo fa per onestà intellettuale, per eccesso di zelo verso la “verità rivelata”, per testimoniare ciò che sente nel profondo, per dare voce, dimensione e concretezza al fervore religioso che lo annienta e lo esalta nello stesso tempo. In lui c’è il credente prima che il filosofo, la sua “certezza” precede ogni dubbio, c’è la fiducia in Dio più che la sfiducia in sé. Ed è encomiabile quel suo costante, razionale arrovellarsi per arrivare a capire l’irrazionalità altrui. Lo sforzo del nostro Autore è teso a coinvolgere i propri simili in un processo di analisi e chiarificazione che li induca a scorgere una parvenza di luce in mezzo a tanta tenebra.
Il dilemma è tutto qui: riuscire a vedere qualcosa in un punto ben preciso, dove umanamente è impossibile scorgere alcunché. Quindi, o si guarda con gli occhi dell’intimo, della speranza, dell’abbandono totale, come fanno i credenti di ogni fede, o si annaspa nel buio. Anche questa è un’ovvia constatazione, una verità.
Quello che Giuseppe Sammartino coglie con maggiore evidenza, in questo suo scritto che avanza per tentativi e contrasti, è la dispersività dell’uomo, lo sfascio dell’attuale società, il dilagare di una confusione, di un disorientamento che investe valori, principi, tradizioni, mettendo a repentaglio il sistema del vivere sociale. E’ qui che il suo “saggio” diventa denuncia, inquietudine, perplessità: mette a nudo i problemi reali che affliggono più di quelli mentali.
Certo, la civiltà del nostro tempo, come tutte le civiltà del passato che hanno toccato il fondo prima di scomparire, naviga in un mare di “mollezza e dissoluzione” capace di farla inabissare nel gorgo dei propri mali, se non ricorre in tempo al salvagente della fede, della rinascita interiore, del vecchio “Nosce te ipsum”, per un ancoraggio di salvezza.
L’uomo sta esagerando, sta divinizzando i sensi e la materialità di se stesso, sta chiudendosi a riccio nei limiti razionali, economici, scientifici del proprio “essere”. Non si considera più una “creatura», ma un “creatore” portato ad amare se stesso come sua possibile creatura. Narcisismo? Di peggio. Esaltazione, direi, dissennatezza, perdita di controllo, smarrimento. C’è, soprattutto in Occidente e dove l’occidentalismo è approdato, una sfrenata corsa al possesso del provvisorio, dell’immediato; c’è un “Carpe diem” assai più gretto e insidioso di quello romano, una ricerca di godimento e perversione come se al di là della carne non ci fosse nient’altro.

L’uomo d’oggi scansa la ragione, la limita o la storpia per fini egoistici, malevoli, pratici; annebbia il sentire del cuore e condiziona i sogni, l’immaginario, la credibilità collettiva. L’uomo d’oggi si affida agli occhi per vivere, aspira al tornaconto, maneggia il portafoglio, il sesso, l’immagine di sé per affermarsi e padroneggiare. L’uomo d’oggi si tappa le orecchie per non sentire l’urlo e le ragioni degli altri. Grida Il suo nome, la sua gloria, i suoi vaneggiamenti, per riempire di sé il vuoto che lo circonda. E tutto ruota intorno a questo suo rincorrersi, a questa cieca insaziabilità che non gli fa scorgere il simile e il Supremo.
L’anima? L’Onnipotente? L’eternità? Fandonie “Meglio l’uovo oggi che la gallina domani”, lo slogan ricorrente. E quante idiozie hanno fatto e fanno testo nel linguaggio dell’umanità, del mondo:”Mors tua, vita mea”, “Dopo di me il Diluvio”, “...chi vuole esser lieto sia: di diman non c’è certezza”, “Donne, dadi e denari”, “lo soprattutto-.” e via dicendo.
L’uomo, per la filosofia occidentale moderna, è solo ciò che appare, non ciò che è nell’essenza. E lo sbando è totale. I vuoti, sia dell’anima che del quotidiano, sono abissali.
Come può un essere simile distinguere qualcos’altro all’infuori di sé?
E che dire poi della corsa alla notorietà, al potere, al facile guadagno? Altro che “ Isola dei famosi” o “Grande fratello” o sciocchezze simili: siamo un gregge impazzito, una masnada di predoni. Che senso ha questa vita? Quello che gli dà la televisione o quello che non sappiamo dargli noi, presi come siamo da noi stessi?
Non è più in gioco la fede, ma l’uomo. E’ l’uomo che deve cercarsi, trovarsi, riconoscersi prima di porsi domande, di nutrire dubbi, di darsi spiegazioni. Non si può parlare a un uomo che non c’è, che ha perso il senno, che si arrampica sugli specchi.
La fede, senza l’uomo, non esiste. E’ l’uomo che riflette, parla, s’interroga. Ma se egli non riflette, non parla ma sproloquia, non s’interroga ma nega, quale fede potrà mai concepire se non quella dei sensi e del provvisorio?
Non è catastrofismo, il mio, né pessimismo: è consapevolezza. Quando l’uomo comincia a perdere la misura dl sé, non gli rimane altra possibilità che confrontarsi con le proprie miserie, i propri limiti, la propria inconsistenza.
Niente c’è di più grande, nell’uomo, se non l’idea di Dio; e niente di più meschino, se non l’idea di se stesso. Finché ci confrontiamo con l’Altissimo, c’è sempre la speranza di “crescere” fino a raggiungerlo; quanto ci misuriamo con noi stessi, non abbiamo altro sbocco che il “niente” della nostra esistenza. Questo vuole dirci Sammartino, con “ I vuoti dell’anima’, che non sono tali in quanto esistono (poiché l’anima non ha vuoti), ma “sono” in quanto siamo noi a farli “essere” con le nostre perplessità, il nostro fallimento, i nostri raggiri.
L’uomo e soltanto l’uomo è, come sempre, la misura di tutte le cose, anche di Dio: non perché lo fa essere, ma perché lo “innesta” e Io accorpa nella brevità del suo vivere.
Bene ha fatto, quindi, Giuseppe Sammartino, con questo suo saggio, a lanciare un sasso nello stagno motoso del nostro tempo in cui tutto marcisce, anche la più ovvia ragione, il senso elementare della giustizia, la nobiltà del vivere. E noi come credenti, come studiosi, come uomini, gli siamo grati non solo perché “ha osato” impegnarsi in uno scontro con la vuotaggine collettiva, ma anche e soprattutto perché ha saputo coniugare fede e ragione, umanità e coscienza, spirito e materia, senza alterare i contorni del suo credere.
      Impruneta,15/09/2009
                                                                                                                                                                        
                                                                                                                                                                         Gaetano Quinci